India
- soma wander
- 4 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Quando dico che passo molto tempo in India, quasi sempre qualcuno mi chiede: “Ma cosa ti piace di questo Paese?”.
Me lo chiedono amici, persone incontrate durante i viaggi, e soprattutto mia madre.
Forse è proprio a lei che vorrei rispondere, anche se una domanda del genere non si può davvero spiegare a parole.
L’India va vissuta. Va guardata con la curiosità semplice e limpida di un bambino.
Cos’è dunque che mi attira così tanto?
L’India è un Paese di contrasti: sporco e caotico, povero e ostile, eppure caldo, colorato, ospitale. È profondamente umano. Radicato nella terra.
Qui mi sento libera. Libera di camminare scalza, di mangiare con le mani, di inchinarmi a divinità e persone.
L’India è mistica, magica: la magia è letteralmente nell’aria. Qui si vive accanto all’ignoto, lo si accetta, lo si abbraccia.

Ogni giorno è rituale: mantra, musica, piccoli gesti che trasformano l’ordinario in qualcosa di speciale.
Ci sono luoghi che diventano casa,
come gli ashram: puoi entrarci quando vuoi, spesso senza pagare nulla. Sai che non resterai mai senza un pasto o un tetto se hai voglia di guardarti dentro, e questa sicurezza ti apre la mente, ti fa pensare più in grande. Accolgono, sì, ma più di tutto insegnano un modo diverso di stare al mondo.
E poi ci sono le persone.
Un amico indiano una volta mi disse che, secondo lui, noi stranieri amiamo l’India perché qui tutti ci fanno sentire “speciali”.
Non ci avevo mai pensato, ma qualcosa di vero c’è: ti osservano con curiosità, ti chiedono selfie per strada, ti fermano solo per domandarti da dove vieni. A volte è buffo, a volte stancante: lo spazio personale qui non esiste davvero. Il tuo spazio è anche il loro. Ti toccano senza pensarci troppo, si siedono vicinissimi, durante un viaggio qualcuno può anche appoggiare la testa sulla tua spalla. È come se tutti fossero una grande famiglia, ma allo stesso tempo ognuno lotta per il proprio posto, senza troppe cerimonie.

E poi i sari. Nel caos delle città vedi queste donne di ogni età avanzare con una grazia antica, avvolte in tessuti che sembrano quadri. Una bellezza che non stanca mai.
E le fragranze: il gelsomino, il frangipane, l’ibisco, il loto; l’incenso, gli oli. Qui ogni cosa ha un odore, un colore, un suono. Un significato.
La spiritualità non è un concetto astratto: è quotidianità. Non esiste un altro posto al mondo dove il paganesimo sia così vivo. Ogni animale, ogni qualità umana — e anche ciò che non saprei nominare — diventa divinità. Ogni giorno si celebra qualcosa, e tutto ha un significato. L’India mi ha insegnato che nulla è scontato: tutto è connesso.
Anche la morte.
Qui è parte della vita. Non è un tabù: se ne parla, la si guarda, la si accetta. La puoi vedere, quasi toccare. E proprio questo, paradossalmente, mi ha insegnato ad amare di più la vita, a viverla con consapevolezza.
L’India è un mosaico di contrasti che ti rimane dentro. E ti chiama a tornare, ancora e ancora, per non lasciare che quella poesia svanisca. Per tenere vicino il ricordo del Paese del pavone, libero di danzare dove vuole.
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