Dalla scarsità all'abbondanza interiore: cosa ci insegnano la scienza e lo yoga
- soma wander
- 22 giu
- Tempo di lettura: 3 min

"La scarsità non è solo ciò che ci manca. È il modo in cui quella mancanza cambia il nostro modo di vedere il mondo."
Negli ultimi mesi mi è capitato di leggere un libro che mi ha fatto riflettere profondamente: Scarcity: Perché avere poco significa tanto di Sendhil Mullainathan ed Eldar Shafir.
La loro domanda è semplice:
Cosa succede alla nostra mente quando sentiamo di non avere abbastanza?
Abbastanza tempo. Abbastanza denaro. Abbastanza energia. Abbastanza riposo. Abbastanza amore.
La risposta è sorprendente: la scarsità non cambia solo le nostre circostanze. Cambia il modo in cui il cervello funziona.
Quando la mente entra nel "tunnel"
Gli autori descrivono un fenomeno chiamato tunneling.
Quando percepiamo una mancanza importante, tutta la nostra attenzione viene assorbita da quel problema. Pensiamo continuamente alla prossima scadenza. Alle responsabilità. Alle spese. A ciò che dobbiamo ancora fare.
La mente diventa incredibilmente efficiente nel gestire l'urgenza. Ma perde qualcosa di altrettanto importante: la capacità di vedere il quadro più ampio.
Quante volte, proprio nei periodi in cui siamo più occupati, dimentichiamo di mangiare con calma, respirare profondamente o semplicemente fermarci per qualche minuto?
Non è distrazione. È il modo in cui la mente cerca di proteggerci.
Non siamo sbagliati. Siamo sovraccarichi.
Questa è forse la riflessione che più mi ha colpita.
Viviamo in una cultura che premia la produttività. Se siamo stanchi pensiamo di essere pigri.
Se non riusciamo a concentrarci crediamo di non avere abbastanza disciplina. Se ci sentiamo sopraffatti pensiamo di dover semplicemente impegnarci di più.
E se invece il problema fosse un altro?
Quando il cervello è costantemente impegnato a gestire la scarsità, consuma gran parte della sua energia mentale. Rimane meno spazio per la creatività. Per la presenza. Per la capacità di scegliere.
Non è una questione di forza di volontà. È una questione di spazio.
Lo yoga parla di questo da migliaia di anni
Mentre leggevo il libro continuavo a pensare agli insegnamenti dello yoga.
Nella tradizione yogica la sofferenza nasce spesso quando viviamo nell'illusione della mancanza. Cerchiamo continuamente qualcosa che crediamo ci renderà finalmente completi.
Più risultati. Più riconoscimento. Più sicurezza. Più controllo.
Eppure, anche quando otteniamo ciò che desideriamo, quella sensazione di "non basta" tende a ripresentarsi.
Lo yoga ci invita a osservare questo meccanismo con gentilezza. Non per rinunciare ai nostri sogni. Ma per non lasciare che la nostra felicità dipenda esclusivamente da ciò che ancora non abbiamo.
Aparigraha: lasciare andare ciò che ci trattiene
Uno degli Yama, i principi etici dello yoga, è Aparigraha.
Viene spesso tradotto come "non attaccamento" o "non accumulo". Ma per me significa anche smettere di vivere nella paura che non ci sia abbastanza. Non riguarda solo gli oggetti. Possiamo accumulare impegni. Aspettative. Preoccupazioni. Ruoli. Persino pensieri.
Aparigraha ci invita a chiederci: Di cosa posso alleggerirmi oggi?
Perché ogni volta che lasciamo andare qualcosa di non essenziale, creiamo spazio.
E lo spazio è ciò che la scarsità ci porta via per primo.
Santosha: la pratica dell'essere sufficienti
Un altro principio fondamentale dello yoga è Santosha, il contentamento.
Spesso viene frainteso come rassegnazione. Per me è l'opposto.
È la capacità di riconoscere che, anche mentre continuiamo a crescere, possiamo abitare pienamente il momento presente.
Santosha non dice: "Non desiderare nulla."
Dice: "Non lasciare che il tuo benessere dipenda solo da ciò che ancora manca."
È una pratica rivoluzionaria in una società che ci convince continuamente che dobbiamo essere di più, fare di più e avere di più.
Il respiro crea spazio
È qui che il pranayama assume un significato profondo.
Quando rallentiamo volontariamente il respiro, non stiamo ignorando i problemi.
Stiamo comunicando al sistema nervoso che, almeno per questo momento, possiamo uscire dalla modalità di sopravvivenza.
Una pratica semplice può essere:
inspira dolcemente per 4 secondi
espira lentamente per 6 secondi
continua per 3-5 minuti, senza forzare il ritmo.
L'espirazione più lunga favorisce l'attivazione del sistema nervoso parasimpatico, quello associato al recupero, alla calma e alla rigenerazione.
Il mondo fuori forse non cambia. Ma cambia il modo in cui lo incontriamo.
La vera abbondanza
Forse l'abbondanza non consiste nell'avere sempre di più. Forse comincia quando recuperiamo ciò che la scarsità ci fa perdere: tempo per respirare. Spazio per ascoltarci. Presenza. Chiarezza. Libertà di scegliere invece di reagire.
Ogni volta che saliamo sul tappetino non stiamo cercando di diventare una versione migliore di noi stessi. Stiamo semplicemente tornando a casa. A quello spazio interiore che nessuna scarsità può portarci via.
Perché la pratica non elimina tutte le difficoltà della vita. Ma ci ricorda che, anche nei momenti in cui tutto sembra mancare, dentro di noi esiste ancora un luogo di quiete da cui possiamo ricominciare.
Commenti